Varroa: predichiamo bene e …. razzoliamo meglio

Regina con duplice aggressione_Riccia CB 06_2017

Acaro adulto danneggiato da morso di ape_1

Ci avviciniamo al periodo delle terapie per il controllo della Varroa e, come, purtroppo, è consuetudine si ripropone un vecchio modo di pensare e di agire che certamente non fa bene all’apicoltura moderna. Parte, cioè, la caccia all’apicoltore “grande” (nel senso quantitativo del termine, misurato, generalmente, in base al numero di alveari posseduti) o all’amico “esperto” (anche qui nel senso quantitativo del termine, misurato, stavolta, in base al numero di anni di possesso degli alveari) per chiedere e ricevere la fantomatica “formula magica 2018” in grado di sconfiggere, a costo irrisorio, la temuta e temibile Varroa. Tale abitudine, ovviamente, non ricomprende l’informazione e l’utilizzo, presso tecnici apistici qualificati, dei prodotti registrati per la lotta alla Varroa e le loro modalità di uso. La giustificazione più diffusa a questa cattiva abitudine, è il costo ritenuto esagerato dei prodotti autorizzati e la loro presunta inefficacia. Come è facile immaginare, purtroppo, queste teorie, che fanno presa sulla massa, nascono in ambienti ben identificati che certamente non sono frequentati, almeno in maggioranza, dai neofiti. Anzi.

E’ arrivato il momento di svoltare definitivamente da questa strada che tante problematiche ha creato nel passato al nostro settore e tanti problemi è in grado di creare anche nel prossimo futuro. A solo titolo esemplificativo, certamente non esaustivo, ricordiamo in tal senso la crisi del mercato della propoli convenzionale che non si riesce a vendere in quanto spesso inquinata da residui ben al di sopra delle soglie consentite, l’impossibilità di reperire sul mercato cera biologica (al punto che il legislatore ha dovuto rendere utilizzabile cera con residui minimali), la tagliola minacciosamente pendente sul capo degli apicoltori per i continui controlli analitici del miele per la ricerca di residui da farmaci, lo sviluppo di ceppi di Varroa resistenti ai pochi acaricidi disponibili, selettivi ed efficaci, le nostre api che reagiscono in maniera sempre meno prevedibile alla somministrazione oramai industriale di principi attivi di sintesi sempre meno selettivi e sempre di più accompagnati da effetti collaterali negativi.

A questo quadro, già complicato di suo, dobbiamo aggiungere altre due criticità che il “fai da Te applicato alla lotta alla Varroa” rischiano di ledere l’immagine degli apicoltori e di limitare le opportunità di valorizzare i prodotti e, quindi di migliorare la redditività del lavoro apistico.

C’è un problema etico legato al valore ambientale dell’attività apistica ed al concetto di salubrità dei prodotti dell’alveare; dobbiamo acquisire la consapevolezza che se la percezione della naturalità del nostro lavoro che addirittura ha portato il legislatore a considerare nella norma nazionale  l’attività apistica come attività di interesse nazionale dovesse venire meno nell’opinione pubblica, gli enormi passi avanti fatti negli ultimi anni, soprattutto in termini di attenzione ricevuta dalle Istituzioni verrebbero vanificati e l’intero settore correrebbe il rischio di tornare indietro di decenni quando eravamo costretti ad operare in un regime di anarchia legislativa o, peggio ancora, con regole non concertate decisamente repressive e quasi sempre del tutto inapplicabili.

Non dobbiamo e non possiamo nemmeno sottovalutare l’effetto sulla valorizzazione dei nostri prodotti e, quindi, di riflesso, sulle remuneratività del nostro lavoro. Se è vero, come è vero, che le politiche di marketing delle micro, piccole e grandi aziende che commercializzano miele e gli altri prodotti dell’alveare, a partire dai mercatini a km zero fino alla rete della distribuzione moderna o del Kmillimitato, utilizzano tutte il messaggio della superiorità del prodotto italiano, sia perché proveniente da un territorio che è universalmente ed oggettivamente riconosciuto come il più variegato e biodiversificato giardino del mondo ma anche, e forse soprattutto perché prodotto in condizioni normative molto rigide finalizzate a tutelare la qualità e la salubrità delle produzioni come migliore garanzie per il consumatore. Proprio il concetto delle norme rigide il cui rispetto incide anche sui costi di produzione, spesso viene utilizzato per giustificare il prezzo di vendita del nostro miele piuttosto che della nostra pappa reale, ad esempio, che è decisamente più elevato rispetto a quello dei prodotti provenienti dall’estero dove le maglie normative sono molto più larghe e danno, dunque, meno garanzie in termini di sicurezza alimentare dei prodotti. Noi apicoltori pretendiamo una remunerazione congrua per il nostro miele che riteniamo di qualità e più sicuro del miele che arriva dall’estero. Allora dobbiamo essere in grado, però, di assicurare che alle parole seguano i fatti.

Tutto questo preambolo per arrivare ad una sola conclusione: restiamo nella legalità, rifuggiamo dalle scorciatoie, nella lotta alla Varroa adottiamo tecniche condivise con il mondo della ricerca ed utilizziamo prodotti autorizzati nel quadro normativo vigente e, quindi, contribuiamo tutti a svoltare verso un’apicoltura del futuro sempre più sostenibile e di qualità, nelle parole e nei fatti. A chi obietta sulla eccessiva onerosità degli interventi con prodotti registrati, è facile ribattere che se un apicoltore non è in grado di sostenere, per il controllo del suo principale nemico, neanche il costo più o meno paragonabile a quello di un kilo di miele, probabilmente deve riflettere sulle sue abilità e competenze nello svolgere questa attività.

Allora che fare? Dipende. La terapia efficace in assoluto ancora non è stata scoperta. Le condizioni ambientali, l’andamento meteo della stagione, le tecniche di allevamento adottate, le disponibilità di tempo, le condizioni delle famiglie, i livelli di infestazione al momento dell’intervento, sono tutti fattori che vanno presi in considerazione quando si deve scegliere la tecnica ed il principio attivo da utilizzare. Un altro elemento essenziale da tenere in debita considerazione è la conduzione biologica o convenzionale dell’apiario. Le alternative ci sono – a differenza del passato, e, sostanzialmente, possono essere considerate tutte efficaci se si rispettano le norme d’uso consigliate dai produttori. A solo titolo esemplificativo, certamente non esaustivo, possiamo evidenziare che, per gli apicoltori biologici, buoni risultati si sono ottenuti, nell’ambito del centro sud, con i blocchi di covata (gabbia Me.Ga.) abbinati al gocciolamento dell’acido ossalico (ApiBioxal), con l’acido formico (Apifor 60) dispensato con le vaschette Bioletal Varroa piuttosto che con Apiguard abbinato alla somministrazione di uno sciroppo invertito.

Le aziende convenzionali, invece, possono ricorrere alla cosiddetta “abbinata” che ha dato risultati molto interessanti ed offre congrue garanzie di efficacia soprattutto nelle aree del nord Italia.

Indipendentemente dal metodo prescelto, comunque, è consigliabile controllare l’efficacia degli interventi monitorando costantemente i vassoi e contando le cadute giornaliere degli acari. A tal proposito è opportuno ricordare che è buona prassi lasciare i soli vassoi da utilizzare per il monitoraggio, avendo l’accortezza di togliere gli altri, a meno che non si usano sostanze oleose – tipo la vaselina – per intrappolare i soggetti che cadono solo tramortiti dall’effetto del principio attivo utilizzato. Togliendo i vassoi, infatti, questi acari cadono sul terreno e non hanno la possibilità, una volta ripresisi dallo stordimento, di reinserirsi nell’alveare, ripopolandolo con individui che hanno dimostrato capacità  di resistenza agli acaricidi, i quali, riproducendosi, potrebbero accelerare i fenomeni della resistenza.

L’impressione che si ha quest’anno visitando gli alveari nella fase post raccolto primaverile (ciliegio, borragine, acacia, sulla, etc.) o durante i raccolti estivi (rovo, castagno, etc.) non è particolarmente allarmante, ossi i livelli di infestazione presenti sono nella norma e, in alcuni areali, addirittura più bassi del solito. Questo non significa che possiamo rinviare troppo il periodo di terapia estiva. Il momento ideale potrebbe essere alla fine della fioritura del castagno. L’importante, cosa non sempre valutata nella giusta dimensione, è l’azione territoriale dell’intervento. Ossia è fondamentale che gli apicoltori che operano in una zona apisticamente omogenea, magari coordinati dalle locali Associazioni di categoria, sincronizzino i loro interventi riducendo al minimo i problemi di reinfestazione che negli ultimi anni si sono presentati sempre più frequentemente, riducendo in maniera significativa l’efficacia degli interventi.

Buona apicoltura a tutti.

Regina con duplice aggressione_Riccia CB 06_2017

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